Un po’ di Fattoria a Milano!

Ciao a tutti e scusatemi per l’assenza.

Tutto il mio “potere scrivente” è stato assorbito dal mio ultimo libro:

 

Zoecopertina

 

“Zoe vive in una Fattoria in cima alla montagna, circondata dalla natura e da tanti animali.

La sua vita cambia improvvisamente quando incontra Margherita e decide di adottarla. Conosce così il potere delll’amore, la “responsabilità” e il coraggio insito nell’essere genitore, nel suo caso adottivo.

Intanto che Margherita cresce, cresce anche Zoe imparando le cose meravigliose della vita.

Questo libro è stato scritto al pascolo, nelle tiepide e silenziose giornate di settembre, in compagnia di un gregge di pecore, e senza dubbio col loro aiuto, vi si respira aria di montagna e ”ovinitudine”

Tutti i fatti raccontati sono realmente accaduti alla Fattoria L’Aurora e Margherita, naturalmente, è ancora là, a pascolare felicemente con le sue amiche e la sua “Zoe”.”

Siete curiosi di leggerlo?

Allora venite

il 21 novembre alle 16.30, a Milano, in via Malpighi 7, da EPPOL

per incontrarci, parlarci, vedere insieme il libro fresco di stampa e, volendo, acquistarlo e acquistare le bellissime magliette prodotte dalla nostra bravissima illustratrice Sara Feneri!

Faremo inoltre un mini laboratorio di lana cotta con la lana di Margherita.

 

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Qui Margherita indossa la propria lana…

 

Vi aspettiamo numerosi!

 

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Acqua

 

Non il mare vasto e profondo, non il lago indolente, non il fiume placido, ma il torrente turbolento e multiforme lava lo spirito meglio di ogni altra acqua.

Ogni settimana porto i bambini al torrente a togliersi di dosso un po’ di polvere ed è sempre la giornata più bella.

Dal fondo della valle si vedono solo montagne ricoperte di boschi fitti, lussureggianti. Non una casa, non una strada, per tutto il giorno non si incontrano altri umani: nessuno conosce il nostro posto, troppo lontano e troppo impervio per gli uomini moderni.

Solo 3 colori: il blu intenso del cielo, il verde lucido delle montagne e il bianco abbagliante delle rocce del torrente. Tutto così semplice e chiaro.

Il sole a picco non è mai troppo caldo perché nel letto del torrente c’è sempre aria che scorre, che arriva giù dall’alto della valle, insieme all’acqua che scende dalla sorgente.

Io sto seduta sulle rocce bianche, coi piedi nell’acqua, e guardo.

Vedo bambini che si arrampicano, bambini che sguazzano, bambini che schizzano e schiamazzano, bambini che ridono. Vedo capelli che si arruffano e guance che si colorano, ginocchia che si sbucciano ma sorrisi che non passano.

L’acqua del torrente gorgoglia e guizza, cristallina e argentata, luminosa. E scorrendo porta via ogni affanno, ogni pensiero.

L’acqua del torrente è acqua giovane, appena nata, non come quella del mare che è lì dai tempi dei tempi, che ormai è vecchia e saggia, seria. Questa è acqua allegra, che ha tutta la vita davanti e non sa dove sta andando, acqua che va felice di andare, fiduciosa e spensierata. Come i bambini.

Quando sono stanchi del sole i bambini si ritirano sotto gli alberi accoglienti che offrono ombra fresca per riposare gli occhi e la pelle. I miei preferti sono i pioppi. Le sponde ne sono piene. Le foglie dei pioppi non sono attaccate al ramo allo stesso modo delle altre, loro hanno un peduncolo flessibile che le lascia appese morbidamente. Quando le tocca il vento, anche quello così leggero che a stento lo sentiamo sulla pelle, loro fremono e tremano, come se qualcuno facesse loro il solletico. E fremendo mostrano la loro altra faccia, quella inferiore, quella argentata, e così tutto l’albero brilla: le foglie come le squame di un pesce che nuota nel sole.

I bambini arrivano al torrente in un modo e se ne vanno che sono diversi. Il torrente, con la paienza dell’acqua che scorre, li ha lavati, gli ha fatto sentire nel profondo dell’animo che sono parte di questo mondo, di questa natura meravigliosa.

E questa non è una consapevolezza da poco, è una sensazione profonda che una volta provata rimane in fondo al cuore per sempre.

 

 

 

 

 

 

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Tuoni e fusa

Giornate difficili quassù in montagna: tanto lavoro, poco tempo e poco aiuto.

Ceniamo, Raia ed io, nella nostra casa silenziosa.

Fuori imperversa il temporale, la pioggia scroscia incessante e il vento la sbatte contro le finestre a raffiche violente.

Il cielo è squarciato da lampi incredibili, dei quali puoi contare i rami e distinguere i diversi colori.

“Speriamo che smetta”, dico senza troppa fiducia.

Infatti non smette.

Dobbiamo andare al pascolo a recuperare le pecore prima che faccia buio, prima che arrivi l’ora dei lupi.

Potrei fare da sola, ma Raia vuole venire con me, per solidarietà.

Ci vestiamo lentamente, il cielo è sempre più scuro ma abbiamo ancora un po’ di tempo. Ci mettiamo i nostri indumenti da pioggia, pantaloni impermeabili, mantella e stivali, e apriamo la porta. Veniamo investite da uno schiaffo d’acqua, rabbrividiamo, ma ci accorgiamo che è meno fredda del previsto.

Ci avventuriamo fuori, tenendoci per mano, nell’altra mano un bastone a testa.

C’è talmente tanto vento che l’acqua ci entra nei vestiti da ogni spiraglio però camminiamo lentamente, non corriamo per non bagnarci. Ad ogni passo alziamo un po’ di più lo sguardo, rassegnate a bagnarci il viso: preferiamo bagnarci che guardare solo i nostri piedi. Raia lascia cadere il cappuccio all’indietro, il vento le scompiglia i capelli che si inzuppano di pioggia.

Ad ogni lampo nel cielo ci stringiamo la mano aspettando il tuono: rimbomba giù nella valle, trema la terra, ci tremano i cuori, ci viene da ridere.

Arrivate al cancello abbiamo ormai fatto amicizia col temporale, non pensiamo più che sia fastidioso, anzi, è bello, è grandioso, è energetico. Tutta la pigrizia che avevamo addosso finchè eravamo al calduccio in casa si è dissolta lasciando il posto ad un sentimento indescrivibile di forza e pienezza.

Raia mi dice: “Mi sento ribelle”. (e serviva il temporale per fartelo capire, figlia mia?! Vabbè).

Le pecore pascolano pacifiche sotto l’acqua, come se nulla fosse: hanno ragione loro.

Le chiamiamo in coro: “Te, te, teeee”. E’ l’ora dei lupi, venite a casa!

Come sempre arrivano trotterellando fiduciose, non sono proprio furbe ma han capito, almeno alcune di loro, che di noi possono e devono fidarsi, che le portiamo dove il cibo è migliore e non ci sono pericoli.

Quando arriviamo in stalla è ormai buio, solo i lampi rischiarano il cielo e ci permettono di guardarci in faccia, e vediamo facce sorridenti.

Finiti i lavori rientriamo in casa, mettiamo a stendere la roba fradicia e ci prepariamo per andare a dormire.

Raia: “Mamma, dopo tutto questo temporale c’è bisogno di una cosa tranquilla.”

Io: “Si, sono d’accordo, cosa facciamo?”

Raia: “Ho un’idea: guardiamo i gattini!”

Ed eccoci lì in pigiama, sdraiate sul letto degli ospiti, a guardare una mamma gatta mollemente abbandonata su un fianco che allatta 4 micini batuffolosi. Dopo i tuoni, che ancora si sentono, attutiti dal calore domestico, ci abbandoniamo a queste fusa calde,  costanti. Ogni tanto sfioriamo una testolina con due dita, niente di più, la sola presenza ci calma.

Raia: “Che bella serata mamma, sono felice”.

La felicità sta nelle piccole cose.

 

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Responsabilità

“Eh, ma poverina, è solo una bambina…”

 

Questo è il commento usuale quando qualcuno è testimone del mio ricordare a Raia i suoi impegni e le sue responsabilità.

 

E a me, ogni volta, vengono le bolle.

 

Prima di tutto affermare che un bambino è “solo un bambino” mi pare molto offensivo: come sarebbe “SOLO”?!?! E’ un bambino, un Signor Bambino, e anche se molti di noi pensano che questo lo identifichi come qualcosa di meno rispetto ad un adulto, in realtà è molto di più! Ha più energie, più neuroni, più fantasia, più possibilità di imparare.

 

Quel “solo” sta ad indicare che è troppo piccola per assumersi delle responsabilità. Ma quali responsabilità? Anche il termine “bambina” mi pare un po’ generico: un essere umano è bambino da quando smette di essere un infante (neonato, lattante,…) alla pubertà. Un arco di minimo 10 anni.

 

Ci sono responsabilità, impegni e compiti adatti per ogni età, non è che il fatto di essere impubere debba significare essere incapaci di qualsiasi impegno. Eppure sembra che sia proprio così: alla maggior parte dei bambini non viene richiesto alcun tipo di impegno se non quello scolastico, nessuna ruolo nella gestione della casa e degli impegni familiari, nessuna responsabilità al di fuori dello studio.

 

Veniamo infine alla parola chiave: “poverina”. Da cosa sarebbe data questa povertà? Dal fatto che, in misura proporzionata alla sua età, Raia venga introdotta nel mondo reale? Nel fatto che la priviamo di quella incredibile sorpresa che avranno i suoi amici quando dovranno iniziare a badare a sè stessi ed alla propria vita e si renderanno conto che esiste anche la fatica?

 

Io non capisco.

 

C’è qualcosa di diabolico nel semplificare la vita di un figlio ad oltranza, nel cercare di non fargli fare mai fatica, nel lasciare che ignori le sue potenzialità in quanto soggetto socialmente utile. Soprattutto perchè saremo noi che poi, un giorno, ci sveglieremo di colpo e saremo esterrefatti nel constatare che a 16 non è nemmeno in grado di lavarsi un paio di mutande o di ricordarsi di stendere il costume da bagno dopo la piscina.

 

Sono dell’idea che la responsabilità e il valore dell’impegno vadano insegnati poco per volta ma costantemente e partendo dalla più tenera età per costruire nel bambino una maggiore consapevolezza di sè e del proprio ruolo all’interno prima della famiglia e poi della società.

 

Per questo ritengo che a 8 anni e mezzo Raia non sia affatto poverina se si prende l’impegno di liberare le galline ogni mattina e richiuderle ogni sera e non ritengo che sia poverina se, quando se lo dimentica, glielo si fa notare.

 

Credo che sia normale e auspicabile che, finito di mangiare, aiuti a sparecchiare e lavare i piatti, che stenda il bucato, che accenda la stufa, che innaffi le piante. Sono cose che sa fare ed è giusto che le faccia, come membro della famiglia, perchè ognuno da il suo contributo. Ed è anche giusto che a volte si lamenti e non abbia voglia, come è giusto che in quelle occasioni, alla fine lo faccia lo stesso.  Credo che per avere degli adulti responsabili si debba crescere dei bambini responsabili.

E l’essere responsabili è una grande ricchezza, non certo una povertà!

 

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Primavera

“L’inverno non è eterno”, quando si vive in montagna questa frase bisognerebbe avercela annotata da qualche parte sulle pareti di casa. Spesso mi è capitato di pensare che la primavera ci avesse dimenticati e che la neve non si sarebbe sciolta mai più. Ed invece no, arriva sempre: una mattina ti alzi, vai a fare pipìe vedi due formiche sul muro del bagno. Mezzo assonnato non le noti nemmeno, ma poi ti svegli di colpo: FORMICHE!  Santo cielo, FORMICHE! Il primo segno della primavera! E ti ritrovi ad esultare per due microscopici insetti neri. Vai a fare colazione e ti accorgi che hai messo su il pentolino del the prima di accendere la stufa… incredibile! Sono mesi che la mattina accendi la stufa prima di qualsiasi altra cosa, mesi che fuori dal letto fa un freddo tremendo e che solo dopo che la stufa è partita e crepita la legna iniziano a scongelarsi i pensieri e a distendersi i muscoli. Quel giorno invece non fa poi così freddo, la stufa si puù anche accendere un po’ più tardi.

Guardai l’arrivo di quella mia prima primavera in montagna con attenzione e meraviglia, vidi la neve sciogliersi lentamente a chiazze, vidi i primi crochi fare timidamente capolino dalla terra ancora mezza ghiacciata e vidi la prima rondine arrivare. Una mattina di sole mentre davanti alla porta di casa davo il buongiorno ad Ulisse che mi si strofinava tra le gambe, alzai lo sguardo e vidi il piccolo uccello sul filo del telefono. Da solo. Pensai al viaggio che aveva fatto, senz’altro lungo e difficile, pensai ai compagni che aveva visto cadere lungo la strada.   Un amico velista mi aveva raccontato che sul mare le rondini, durante la migrazione, si posano sulle barche vincendo la paura dell’uomo pur di trovare riposo e cibo. Mi commossi a pensare a quel piccolo uccellino e alle sue peripezie. Poi un po’ per volta, nei giorni seguenti arrivarono anche le altre, erano tantissime e colonizzarono i nidi nella stalla che avevano lasciato l’anno prima.

La primavera, come si sa, è la stagione dei pulcini e puntualmente le uova si schiusero… ma dove?  Già perchè le nostre sono galline libere, senza pollaio e fanno le uova dove vogliono loro.   Sono galline piccole e variopinte, molto diverse dalle comuni ovaiole (quelle rossicce e grassottelle che spostano con faticai i loro sederoni in giro per il pollaio). Sono agili e volano, dormono sugli alberi e vanno a deporre le uova nei posti più impensati. Ogni tanto facciamo l’appello e se una gallina manca per due o tre giorni consecutivi o se l’è mangiata la faina o sta covando da qualche parte.   Allora scatta la ricerca perchè, sebbene le gallinelle scelgano posti abbastanza inaccessibili per le loro covate, sono sempre minacciate da gatti e topi ladri di uova e di pulcini. Così quando ne troviamo una la spostiamo completa di nido e uova in una grossa gabbia dove rimangono finchè i pulcini non sono in grado di volare sfuggendo ai pericoli.

Quella primavera mancavano all’appello una gallina bianca ed una nera. Matteo mi mostrò tutti i posti in cui bisognava cercare: sopra i balloni di fieno, tra le ballette di paglia, nella terra smossa dietro la stalla, tra le foglie secche sotto gli alberi, nel fienile sopra l’ovile e sui sacchi lana, per non parlare di tutti gli anfratti e gli angolini in mezzo al materiale da costruzione. Facemmo insieme il giro della fattoria guardando in ogni angolo possibile e alla fine trovammo la nera acquattata tra i bancali dietro la stalla. Della bianca invece non c’era nessuna traccia. “L’avrà mangiata la faina.”  Mi disse Matteo alzando le spalle. Un po’ mi dispiacque ma in fondo è così che va il mondo, “Saranno stati felici la faina e i suoi piccoli” pensai.

Di lì a pochi giorni ebbi però una piacevole sorpresa : stavo dando da mangiare a Embrun (lo stallone) quando sentii un festoso pigolio provenire da dietro la parete di legno del box. C’era una fessura nel legno, vi guardai attraverso e vidi la gallinella bianca circondata da una decina di pulcini variopinti e pigolanti. Allungai la mano nella fessura: non solo non arrivavo ai pulcini ma la madre era sul piede di guerra e cercava di beccarmi con una ferocia inaudita! Corsi a chiamare Matteo, che dopo aver attentamente valutato la situazione se ne andò tornando munito di guanti di pelle e motosega. Quando lo vidi arrivare scoppiai a ridere “Pensi di salvare dei pulcini con una motosega? Non ti sembra di esagerare? Potevi prendere l’escavatore già che c’eri!” Lo presi in giro. Ma vedendo la determinazione sul suo volto, mi spostai e lo lasciai lavorare. Con una precisione millimetrica fece un buco nella parete di legno che gli consentì di introdurre una mano guantata ed estrarre uno ad uno i minuscoli pulcini. La gallina beccava inutilmente lo spesso guanto di pelle per difendere i suoi piccoli ma quando furono tutti trasferiti nella gabbia non le rimase altro da fare che seguirli.Una volta nella gabbia corse un attimo in tondo tra i pulcini spaventati che pigolavano inciampando gli uni sugli altri, poi si fermò in un punto dove avevamo messo un po’ di paglia e li chiamò a raccolta. I dieci batuffoli corsero sotto di lei che si sedette coprendoli con le sue piume bianche. “Non li toccherete più!”  dicevano i suoi piccoli occhi scuri.

Matteo la osservava soddisfatto con la motosega in mano. Il nostro eroe…

 

Tratto da “Le storie della fattoria” Salani, 2009

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e gli animali?

Ho dato una scorsa agli ultimi articoli che ho pubblicato e mi sono resa conto che sto un po’ tradendo il titolo di questo blog: insomma si parla un sacco di questa bambina (e di molti altri) e poco di animali, che pure sono molti di più!

 

Così ho pensato di recuperare raccontando un po’ di loro.

 

Anche perchè Raia ed io passiamo molto più tempo con loro che con altri esseri umani!

 

Iniziamo dai gatti, coloro che ci sono fisicamente più vicini:  sono 2, Ulisse, il mio gatto storico, ormai 13enne, gigante, solitario e brontolone, si fa sommamente i fatti suoi salvo spalmarmisi addosso quanto non sto molto bene.

Zahira, la gattina di Raia, 6 mesi, è identica a lei: carina e coccolosa ma al contempo la più grande rompiscatole mai comparsa sul pianeta. Le due vivono in simbiosi rompendosi le suddette a vicenda a turni regolari. Io e Zahira ci frequentiamo solo dalle 5 alle 7 di mattina, quando Raia dorme, allora, visto che non c’è di meglio, rompe le scatole a me.

In casa c’è anche un criceto, Tea, che si rifiuta tassativamente di uscire dalla gabbia vista la presenza dei gatti. E’ carina e discreta e chiacchiera volentieri.

Poi ci sono i cani, 3 pastori maremmani e un daschbracke.

Abbiamo, in ordine di dimensione: Taro, enorme e buono, saggio ed equilibrato, non fa mai un passo o un abbaio di troppo, va fuori di testa solo per la placenta delle pecore, allora non risponde delle sue azioni.

Itaca: plurimamma in menopausa, con un surplus di istinto materno, detta anche “cane baby-sitter”. Se c’è un bambino nei paraggi lei ci si appiccica e si fa coccolare indefessamente per ore.

Altea: figlia dei due sopra elencati, eterna adolescente giocherellona e instancabile.

Argo: gemello diverso di Altea, botolo dalle zampe corte con un cuore da leone, caccia i cinghiali come se fosse più grosso di loro.

Poi ci sono i cavalli:

Melo, convinto di essere mio fratello o qualcosa di simile, per cui non sono io che uso lui per andare a fare una passeggiata, ma lui che porta me “se no non arriviamo mai più, mamma mia quanto sei lenta. Guarda che è meglio andare di qua! Ma perchè vuoi fare la strada più ripida? eh certo tanto sono io che faccio fatica! Allora sai cosa ti dico? Vacci da sola a fare sta passeggiata che io torno a casa!”

Usuaia, cavallina peperina, allegra e veloce, dall’aspetto perennemente altero e attento, che teoricamente sarebbe di Raia ma Raia preferisce Melo che è più grosso e tranquillo.

C’è anche un gruppo di pecore che sembra più un sindacato che un gregge:

durante la notte fanno riunioni e comizi e si accordano su cosa dirmi alla mattina in modo tale che quando passo davanti all’ovile iniziano un coro di protesta sulla qualità o la quantità del fieno, sui confini del pascolo, sulla scarsità di ghiande o sul rischio lupi. Sono delle amorevoli brontolone con poco sale in zucca.

Abbiamo, in ordine di età:

Lana, ormai 9enne, silenziosa e pacata, che cerca di portare le altre alla ragione, Birra, incallita rivoluzionaria, Ikea e Caterina sorelle dal muso maculato che passano il tempo a confabulare tra loro, Asia arrivata da terre lontane, diversa dalle altre, si fa rispettare pur non avendo le corna; Margherita, l’agnella abbandonata che Raia ha allattato col biberon, fa un po’ da tramite tra noi e il gregge perchè la sua mamma umana le ha insegnato la lingua; Alba, Clara, Blanca e Nivea 4 agnelle coetanee, nel pieno dell’adolescenza; “the lamb brothers” gruppetto di 5 agnelli che saltano tutto il giorno; Pascal, l’ariete, risolve qualsiasi cosa a testate: manca il fieno? Testate. Vuole passare? Testate. Gli prude un ginocchio? Testate.

C’erano anche le galline (R.I.P.) ma se le è mangiate la volpe, tutte. Quindi ora c’è una volpe molto grassa che non essendoci più galline mangia altro. Ma questa è un’altra storia.

Comunque la prossima primavera arriveranno nuove galline, che una fattoria senza galline non si è mai vista.

In primavera arriveranno anche 2 famiglie di api e noi siamo già in fibrillazione!

E questi sono solo gli animali “ufficiali”, quelli “abusivi” nella prossima puntata!

 

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Carnevale!

Inverno. Fuori fa freddo, c’è neve, c’è ghiaccio, c’è vento. A volte c’è anche il sole abbagliante e cielo turchese, talmente turchese che non ci si può credere.

La terra è gelata, l’acqua delle vasche è gelata, le groppe dei cavalli sono gelate.

Eppure, io vedo nel tronco del ciliegio la linfa che si muove, che inizia a farsi strada per risalire, sento la terra che freme ricca di vita sotto la crosta di ghiaccio.

La luce aumenta e le giornate si allungano, ormai è una strada in discesa, si va verso la primavera.

Questi segni vanno festeggiati (c’è sempre un motivo per festeggiare, nevvero?).

Ecco quindi che cade a proposito il Carnevale, che sappiamo tutti essere una festa cristiana, l’ultimo esagerato banchetto prima della quaresima, eccetera eccetera, ma tutte le feste cristiane da qualche parte han preso spunto, perchè in fondo il cristianesimo è recente rispetto al desiderio di celebrare dell’Uomo.

Allora cos’è il carnevale?

Pare sia il momento in cui, appunto, la natura inizia a muoversi sotto la crosta per rinascere in primavera, iniziano “i grandi lavori sotterranei” che preparano alla nuova vita.

Gli spiriti vengono nel nostro mondo, i mondi si mischiano, l’ordine viene sovvertito, la gioia sfrenata prende il sopravvento.

E noi prendiamo altre sembianze, per un giorno ci trasformiamo in spiriti anche noi, diamo un corpo ed un volto alle nostre fantasie, travestendoci.

Diventiamo per un giorno chi vogliamo essere.

Noi stiamo preparando i nostri costumi, li cuciamo con le nostre mani, come una farfalla che si costruisce con pazienza il bozzolo per poter poi volare.

E per celebrare anche l’uscita dal letargo invernale abbiamo organizzato una vacanzina per le famiglie e i bambini che vorranno festeggiare con noi, cucendo i propri costumi e creando le proprie maschere con i tesori trovati nel bosco.

Per chi fosse interessato:

http://www.fattoriaaurora.it/index.php/novita

Vi aspettiamo!

 

 

 

 

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Ubbidire? Giammai!

 

 

Qualche giorno fa ho avuto una discussione abbastanza animata seppur civile con una professoressa, a proposito del valore delle regole per i ragazzi adolescenti.

Pare che, ad una conferenza sul tema, uno psicologo abbia detto una cosa tipo che, per un adolescente, obbedire è un po’ come morire dentro.

Leggendo questa frase, in un secondo, sono tornata indietro nel tempo (cosa che mi capita spesso: almeno ogni volta che ho a che fare con un individuo più giovane di me), alla mia adolescenza, alla sensazione di impotenza di fronte alle regole assurde e inesplicabili (o forse semplicemente “non spiegate”) degli adulti, al desiderio di fare l’opposto solo per sottolineare la mia esistenza come persona indipendente.

Per questo ho di getto risposto a questa professoressa dicendole che condividevo appieno il parere dello psicologo e che l’obbedienza è da considerarsi una malattia.

Obbedire significa sottomettersi ad un comando. E mi pare sia sufficiente questa definizione per renderci conto che non è questo che vogliamo per i nostri figli, tanto meno adolescenti. Individui già con un piede nel mondo, pronti a rinunciare al caldo coccoloso della famiglia per lanciarsi nella loro vita con coraggio e determinazione, uomini e donne con le loro armi nuove di zecca, che non vedono l’ora di usarle. E noi vorremmo che obbedissero?! A noi, vecchi ammuffiti che del mondo moderno sappiamo la metà di loro e sicuramente nulla del loro futuro?!

No, no, questa cosa non mi torna affatto!

Certo che per una madre di adolescente, soprattutto se più di uno, o per una professoressa di scuola media è comodo avere tutto sotto controllo con regole ferree e punizioni esemplari. Ma è una comodità apparente!

Un individuo che ha sviluppato il senso del rispetto (non delle regole ma del mondo) automaticamente si atterrà alle regole utili e sensate perchè ne capirà il senso e il valore e non gli passerà nemmeno per la testa di ribellarsi. Se si investe del tempo nella spiegazione della realtà, se si lascia che i ragazzi sperimentino da sè le limitazioni del mondo, se li si accompagna anzichè costringerli, ci si metterà di sicuro più tempo e più energia, ma poi non si dovranno più temere fughe, bugie, sotterfugi. A lungo termine sarà un’investimento redditizio. E questo se si vuole prendere in considerazione solo il lato pratico-organizzativo della vita di una famiglia o di una classe di adolescenti.

Perchè se prendiamo in considerazione il lato umano diventa ancor più evidente quanto il pretendere obbedienza sia un errore clamoroso, una strategia che mina qualsiasi rapporto di fiducia.

Quante volte ho sentito genitori dire ai figli, in macchina: “Devi allacciarti la cintura perchè è obbligatorio, se no il vigile ti da la multa!” . Questa frase secondo me riassume la sostanza dei nostri metodi educativi: non è forse che la cintura si deve allacciare per salvarti la faccia in caso di incidente? Non pensate che un bambino, seppur piccolo, possa capire che allacciarsi la cintura è una cosa utile alla sua propria faccia e che il vigile, in tutto questo, non c’entra quasi nulla? Addirittura un bambino di 8 – 9 anni, potrebbe trovare assurdo che abbiamo bisogno delle leggi per proteggerci da noi stessi. Infatti è così, è assurdo.

Comunque, a parte questa digressione, non capisco proprio come sia che la gente parli degli adolescenti (e dei bambini) come di una specie a parte, sulla quale gli adulti hanno una sorta di diritto di supremazia e comando.

Dalla fattoria, ormai, in questi 12 anni, sono passati individui di ogni età, dai pochi mesi ai 90 anni, e di “regole” non ce ne sono mai state, nessuno è stato costretto ad “ubbidire” anche se molti genitori hanno intimato ai figli “Adesso devi ubbidire alla signora!” (signora a chi!?!?).

Mi sono sempre permessa di rispondere, contrariando i genitori non poco, direttamente al bambino: “No guarda, qui non si ubbidisce! Tanto meno a me. Semmai si ubbidisce alla natura…”.

Nessun adolescente è mai “morto dentro” a causa mia, eppure non siamo stati soggetti ad atti di vandalismo, bullismo o altre cose turpi, quindi le cose sono 2: o alla Fattoria arrivano solo bambini e ragazzi meravigliosi, assennati e responsabili, mentre gli scalmanati irrispettosi, vandali e pericolosi se li beccano gli altri, oppure l’assenza di regole e la non richiesta di ubbidienza fanno davvero la differenza…

 

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Basta Compiti!

Jingle bells Jingle bells Jingle all the way…

 

Sì, lo so, non è da me scrivere un post sul Natale, infatti non lo faccio, era uno scherzo!

Scrivo però un post sulle vacanze. Sì, lo so che per noi homeschooler le vacanze sono un concetto astratto e poco tangibile, però, visto il lavoro che faccio, ovvero portare in vacanza i bambini, per me è un argomento molto sentito.

Dunque tra meno di una settimana iniziano le vacanze di Natale, e alla Fattoria approderanno alcuni ragazzini a tirare il fiato tra un quadrimestre e l’altro. Arriveranno dalla città con le faccie smunte e le occhiaie, con una stanchezza sulle spalle tale da farli sembrare gobbi nonostante la giovane età, avranno voglia di dormire fino a tardi, giocare, correre, rotolarsi nella neve,…

Avranno bisogno di riposo prima di rientrare a scuola e partire con grinta per il secondo quadrimestre, le loro giovani menti avranno bisogno di riposare, è innegabile.

E invece, quando meno se lo aspetteranno, mentre ridono e scherzano, la mia voce dovrà pronunciare le fatidiche parole: “Dai ragazzi, facciamo un po’ di compiti, eh?”.

Cerco sempre di dirlo col sorriso, di sdrammatizzare, di essere positiva: “Massì dai, un’oretta e li finiamo! Su che vi do una mano io, più vi impegnate meno ci mettete!”.

Eppure dentro muoio. Il mio animo si dibatte e torno a sentirmi in gabbia come quando i compiti dovevo farli io.

Ma soprattutto mi chiedo: perchè?

Perchè se no si dimenticano? In 15 giorni? Ma siete seri?! Non hanno mica l’alzheimer!

Perchè devono portare a termine un programma? E a scuola cosa ci vanno a fare?!

Perchè devono imparare ad impegnarsi anche quando non ne hanno voglia? E cosa fanno ogni giorno per 5 giorni alla settimana seduti ad un banco di scuola?

Senza contare che i compiti fatti di fretta per poter uscire a giocare, secondo me, non lasciano la benchè minima traccia nelle loro menti, in altre parole non servono a nulla. Se non a: togliere tempo ad un meritato riposo, far arrabbiare i genitori, far arrabbiare i ragazzi, far litigare genitori e ragazzi, far prendere note ai ragazzi coi quali i genitori non si sono arrabbiati abbastanza da far finire loro i compiti in tempo per il rientro a scuola, far venire l’orticaria a me che devo fare le veci del genitore nel rompere le scatole ai ragazzi affinchè facciano i compiti, insomma tanto rumore per nulla, perchè poi, quando anche li avranno fatti, saranno incarogniti e non conosceranno una virgola del mondo in più rispetto a prima!

Ma ancora: perchè se sappiamo tutte queste cose, continuiamo a perseguitare i nostri figli affinchè facciano i compiti?

Quindi se siete lì che vi contorcete al pensiero dei compiti delle vacanze e non sapete come fare, se volete liberare i vostri figli da questo peso ma avete paura delle ripercussioni scolastiche, fate così:

leggete quanto scritto a questo link:

https://bastacompiti.wordpress.com/

firmate questa petizione:

https://www.change.org/p/genitori-docenti-dirigenti-scolastici-campagna-basta-compiti

NON fate fare i compiti ai vostri figli durante queste vacanze e rimandateli a scuola con questa nota nel diario:

 

“SCIOPERO DEI COMPITI

Con la presente informo che mio figlio non svolgerà i compiti assegnati per le vacanze,

– perché come tutti i lavoratori (e quello scolastico è un lavoro oneroso e spesso alienante) ha “diritto al riposo e allo svago” – diritto inalienabile sancito dall’Articolo 24 della dichiarazione dei diritti dell’uomo;

– perché così potrà finalmente dedicarsi, senza l’assillo di magistrali incombenze, a occupazioni creative e ricreative, dalla scuola trascurate o ignorate;

– perché insieme potremo fare piccole e grandi cose, divertenti, appassionanti, quelle che l’impegno scolastico (protraendosi a dismisura oltre l’orario di lezione) non permette;

– perché starà con gli amici al mare, in montagna, nella natura, all’aria aperta dopo essere stato recluso per ore, giorni, mesi (interminabili) in aule anguste, disadorne, quando non addirittura squallide, asfittiche (vere e proprie aree di compressione psichica);

– perché leggerà per piacere e non per dovere;

– perché giocherà moltissimo.

La responsabilità di tale decisione è solo mia e l’assumo in quanto legittimo esercente della potestà famigliare, perciò non potrà essere motivo di qualsivoglia azione o provvedimento, meno che mai disciplinare.

Non scholae, sed vitae discimus. Seneca”

 

Ah, e poi, amiche maestre, non ve ne abbiate a male, anzi, voi per prime, non dateli ‘sti compiti, siate rivoluzionarie anche voi!!!

Buone FESTE a tutti!

 

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“… e se poi non socializza?”

Questa è un’annosa questione della quale si preoccupano un po’ tutti i genitori homeschooler e non. Ovviamente io non sono esente.

 

Ero talmente abituata al modello di socializzazione proposto dalla scuola che una vita senza “classe”  mi sembrava vuota.

Quindi sì, quando abbiamo iniziato con l’homeschooling ero preoccupata, e non poco.

 

Per esempio, visto che oltre a fare homeschooling viviamo in un paese di 39 abitanti nel quale non ci sono altri bambini, temevo che Raia sarebbe diventata una bambina asociale, timida e paurosa, incapace di relazionarsi. Ecco. Invece no.

 

Raia è molto socievole. Forse proprio a causa del fatto che non ha rapporti fissi con un gruppo chiuso e, da un certo punto di vista, “sicuro e protetto”, è abituata a doversi inserire in situazioni nuove ed è quindi molto aperta: in qualsiasi situazione riesce a fare amicizia e giocare con chiunque. Non sa davvero cosa sia la timidezza. Spesso è lei a fare da apri-pista per la sua migliore amica (scolarizzata), che fa fatica ad interagire con persone nuove.

 

E che cos’è questa se non socializzazione?

 

Poi c’è la questione “amicizie durature”, insomma, molti dicono che le amicizie più durature e salde le hanno contratte alle elementari e che senza la vita di classe non avrebbero avuto gli amici più cari in età adulta.

 

A parte il fatto che per me non è stato così e che quindi avevo sotto gli occhi un esempio personale molto convincente a smentire questa teoria, Raia ha una “migliore amica” che frequenta insieme a noi da quando aveva 0 anni in quanto sono esattamente coetanee ed io e la sua mamma eravamo amiche di pancione. Saranno amiche per sempre, lo so: anche se si vedono una volta al mese quando va bene, pensano sempre una all’altra, si scrivono, si fanno disegni, si sognano di notte, litigano selvaggiamente e fanno pace.

 

Qualcuno mi ha anche detto che la scuola obbliga ad avere rapporti con tutti i bambini della classe mentre stando a casa il genitore sceglie le amicizie per il bambino privandolo di varietà e molteplicità di opinioni.

 

E’ vero, si incorre in questo rischio, ed è per ovviare a questo problema che io cerco di autocensurarmi.

 

Innanzitutto , d’estate, la fattoria è invasa di bambini di ogni età, nazionalità ed estrazione sociale, per via del mio lavoro, bambini che non scelgo affatto ma che capitano molto variamente assortiti e coi quali Raia deve, per forza di cose, interagire. In queste occasioni Raia sceglie, come farebbe a scuola, all’interno del gruppo, i bambini che le stanno più simpatici ed instaura con loro un rapporto di amicizia che dura anche da un anno all’altro, alcuni di questi mi chiede anche di invitarli per qualche week end durante l’anno scolastico. Ed è qui che cerco di non mettermi in mezzo: se lei vuole invitare un bambino a passare qualche giorno da noi lo faccio volentieri, cercando di tenere per me le mie opinioni. Devo dire che di solito ci troviamo abbastanza d’accordo su quali bambini frequentare, e quando non lo siamo comunque cerco di far finta di nulla. Mi permetto di mettere un veto solo su quei bambini realmente pericolosi che mi disfano la casa.

 

Inoltre, nei week end e nelle vacanze scolastiche, soprattutto nella stagione sciistica e nella bella stagione, il paese si riempie di villeggianti e Raia ormai ha l’età per cui può girare da sola per il paese e frequentare più o meno chi vuole senza troppe restrizioni.

 

Detto questo mi ha stupito moltissimo vedere la varietà di amici che si è scelta e che mi chiede di frequentare: tre o quattro bambine più o meno coetanee, un paio di bambini di 1 e 3 anni piu vecchi di lei, una coppia di gemelli di 4 anni più piccoli di lei, una ragazzina ormai in terza media, mia sorella e il suo fidanzato, che nonostante abbiano 20 anni vengono considerati “amici” alla stregua dei coetanei.

 

Le conclusioni che ho tratto su questo argomento sono le seguenti: in nessun modo facendo homeschooling si può ricreare una situazione sociale di tipo “scolastico”, ma, impegnandosi un po’, si può riuscire a crearne una altrettanto stimolante, per non dire migliore.

 

Quindi mamme future homeschooler: andate tranquille!

 

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